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Racconti Thailandesi

Le piogge

Il Sicario

Farauall

Capitolo 1

Capitolo5

 

Le Piogge

"Perché i grandi fanno cose come queste?" domandò Dan, avvicinandosi al suo amico Kum, che ancora ansimava per la lunga corsa sull' infuocato sentiero sabbioso.

Dan voleva ripetere la domanda ma, proprio allora, Kum si sedette sulle ginocchia con le mani sui fianchi. Dan lo imitò, tenendosi vicino al suo amico. Per quanto i loro gomiti si toccassero, la sottile ombra del mango li riparava appena.

Il silenzio di Kum costrinse Dan a stare zitto. Poi Dan si girò verso un gruppo di monaci e notabili del villaggio seduti sotto il sole abbagliante. I monaci cantavano all'unisono a mani giunte e con gli occhi chiusi, come in preghiera, mentre gli abitanti del villaggio erano tutti accovacciati in meditazione.

Perché sono costretti a compiere un simile rituale sotto questo sole cocente?" voleva chiedere Dan, ma poi non osò disturbare la solennità della cerimonia. Di fronte ad ognuno, c'era un rospo legato ad un paletto. L'animale cercava invano di liberarsi, umiliato dal vociare della gente e dall'esposizione al sole.

Dan era perplesso, le sue sopracciglia si incurvarono in una muta domanda. Mentre si muoveva a disagio, cercò ancora una volta di trovare una spiegazione sulla faccia di Kum che rimaneva serio e screziato: la luce e l'ombra si alternavano sulla sua faccia da ragazzo. "Ma perché?" provò a sussurrare Dan, richiamando l'attenzione del suo amico con il gomito.

buddaKum emise un leggero borbottio, poi ritornò di nuovo ad essere serio ed a fissare intensamente i monaci e i vecchi, come rapito da questo terribile rito.

Tra la gente che si stava sottoponendo a questo rituale c'erano le nonne di Kum e Dan . Mancavano il maestro e il negoziante cinese. Quest'ultimo aveva già chiuso il suo negozio per andarsene altrove, visto che non si poteva più guadagnare denaro dai contadini colpiti dalla siccità.

Ci si può cuocere un uovo nella sabbia sotto questo sole bruciante, pensava Dan, e perché? Perché ridursi in questo stato pietoso? Il ragazzo era commosso alla vista della nonna che ondeggiava il suo corpo sudato, emaciato, al ritmo della impotenza. Dan ricordò quello che lei aveva detto ai membri della famiglia: se il monsone non fosse arrivato subito, ciò avrebbe significato carestia. Tutte le orecchie accolsero la sua profezia dal momento che era quello che tutti preoccupava, quello di cui tutti avevano terrore. Comunque nessuno fece commenti o volle riconoscere la sua disperazione. Così la vecchia donna avvizzita continuò nel suo lamento, rammentando come, durante tutta la sua vita, non aveva mai vissuto un anno così cattivo.

Il vento proveniente dalle risaie infuocate scottava caldo e secco, trasportando la polvere di due successivi anni di siccità, generando dolore e paura, fame e malattia. I ruscelli, gli invasi, i pozzi erano asciutti, e la terra si rompeva in milioni di fessure. Nell'aridità del vento sembrava esserci lo scherno del divino alla dignità e al senso dell'umanità. Cos'altro avrebbe potuto fare la gente del villaggio se non tormentare se stessa e il rospo, nella speranza che il divino, gli spiriti del bene e del male, avessero pietà di loro e mandassero finalmente la pioggia?

Il rito propiziatorio della pioggia rappresentava la loro ultima speranza nel momento in cui le risorse umane venivano meno. Ma Dan, che aveva appena sette anni, non poteva afferrarne il significato. Tuttavia, gli era stato insegnato a nutrire un profondo rispetto per i monaci e i vecchi. Anche lui percepiva la disperazione dominante nell'aria afosa. Come se non potesse più sopportare la cerimonia, Kum abbandonò la sua posa seria. Prendendo Dan per la mano, fece strada, allontanandosi sempre timoroso e silenzioso. Ripercorsero il sentiero da cui erano venuti, allontanandosi scoraggiati, mentre, nella stretta delle mani, cercavano un po' di conforto l'un dall'altro.

La fame li aveva spinti ad allontanarsi dalla desolazione dei campi verso la boscaglia per cacciare qualche lucertola. Dopo avere catturato qualcuno di questi rettili, Kum accese un fuoco e cucinò la preda. Dopo aver consumato senza parlare quel magro pasto, Kum abbandonò quell'aria cupa. Ondate di calura si innalzavano dalla piana delle saline , della grigia boscaglia e dei miraggi senza fine. Dan tossì, cacciando fuori la polvere dalla gola asciutta.

Sdraiatosi all'ombra dell'albero del tamarindo, Kum disse: "Cercavano di implorare la pioggia dai Signori, gli spiriti."

"Allora pioverà?" chiese Dan.

"Può essere," disse Kum afflitto. Dan scandagliò il cielo in cerca di nuvole che alimentassero le loro speranze. "Forse questa sera," sperava Dan. Era anche un tentativo di confortare il suo amico. Ma Kum assunse di nuovo quella espressione greve, fissando il grigio infinito alterato dall'afa, incurante delle mosche che ormai gli coprivano la ferita sul ginocchio sinistro.

"La siccità potrebbe essere così grave che noi non saremo costretti ad andare a scuola," provò a dire Dan dopo una lunga pausa. Poteva sentirsi confortato Kum dal non dover frequentare la scuola sotto la severa sorveglianza del maestro che era solito fustigare i bambini che non imparavano l'addizione? Così l'idea di Dan di andare a scuola e aver a che fare col maestro sembrò più terribile della carestia.

"Oh, è già abbastanza brutto così," si lamentò Kum. " Non abbiamo niente da mangiare e mio padre sta per darmi via."

A questa notizia, Dan rimase senza parole, pensando che Kum sarebbe stato portato via dal villaggio da gente sconosciuta che bisognava chiamare mamma e papà. Non appena Dan fu in grado di parlare, disse mite: "Forse potresti venire a vivere con noi."

Kum non lo credeva possibile. "Tu non sai quello che farebbero i grandi," disse.

Poi smisero di parlare, avendo raggiunto il limite della disperazione. I giorni passavano ma la pioggia non arrivava. Non c'era a rincuorarli neanche un fievole tuono o la vista delle nuvole cariche di pioggia . Nel frattempo, molte famiglie lasciavano il villaggio dirette in qualche altro posto dove stagni, ruscelli e fiumi avevano l'acqua per la maggior parte dell'anno e il monsone era regolare e la terra dava frutti.

Velocemente si diffondeva la voce che questo o quello stava per partire; le persone si chiamavano l'un l'altre per salutarsi. I carri trainati dai buoi, carichi di contadini dagli occhi tristi, dei loro figli e dei loro beni, si dileguavano, lasciando dietro di sé polvere e ricordi. Il villaggio piangeva i suoi abitanti partiti. La terra si faceva amara, mentre i suoni dell'addio si coloravano di solitudine e disperazione. Nel congedarsi, le persone si richiamavano l'un l'altre gli innumerevoli legami filiali e di parentele. La voce tremante dei vecchi echeggiava attraverso l'abisso della disperazione. Vi rivedremo ancora? gridavano.

Nel frattempo gli adulti discutevano dei riti e dei sacrifici per ingraziarsi gli spiriti. Per la pioggia, la vita e il normale volgersi delle stagioni. Dan avrebbe voluto soffrire al posto della nonna e degli altri vecchi e vecchie, perché provava pena per loro. Forse avrebbero potuto permettergli di partecipare a qualche rito e fargli compiere un sacrificio. La sua sofferenza avrebbe potuto aiutarli ad avere successo e impedire che Kum fosse portato via da sconosciuti in una terra lontana. Ma Dan non fu ammesso alla sofferenza e alle responsabilità degli adulti. Egli poteva solo osservare gli uomini uccidere un bue, un bufalo, un maiale, affinché il sangue e la carne fossero offerti agli spiriti nella casa degli spiriti del villaggio.

I riti assumevano un'aria più macabra, man mano che la gente diventava più disperata. Il fatidico movimento dei coltelli, le ferite mortali, le grida strazianti degli animali e lo scorrere del sangue testimoniavano soltanto della disperata barbarie degli uomini. Senz'altra utilità, se non quella di sollevare i cuori per mezzo di una crudeltà e barbarie primordiale.

Un giorno Dan si allontanò da solo. La vastità dell'arido paesaggio rendevano il ragazzino ancora più minuto e solo. Senza Kum al suo fianco, cominciò ad aver paura della solitudine e della grande distesa della piana essiccata. Si fermò parecchie volte girandosi a guardare il villaggio. Il luogo che Dan scelse per sedersi era completamente privo di vegetazione. Sedendosi a gambe incrociate sotto il sole atroce, cercò di pregare, ma, dal momento che non gli era stato insegnato ancora nulla di quell'arte, la sua fu soltanto un'imitazione del modo dei monaci e dei vecchi che aveva osservato. Chiudendo gli occhi, Dan si inchinò un poco.

"Abbiate pietà di me, spiriti" pregava Dan. L'esperienza era accattivante e paurosa insieme. Lui stesso, così piccolo ed insignificante, osava erigersi contro il Potente. Il silenzio, che sembrava opprimerlo, divenne una minaccia. Il sole lo sferzava tanto impietosamente che la sua testa scoppiava, mentre il sudore gli correva giù per la faccia e il busto.

"Abbiate pietà di me, oh signori" Pian piano gli tornò il coraggio e lo aiutò ad espandere la sua coscienza. Nel separarsi da sé stesso, Dan vide nell'occhio della mente la faccia di Kum, un volto pieno di serietà e paura. Era necessario che Kum fosse portato via da sconosciuti ? Dan si vide tornare a casa dai campi, lanciando richiami e ridendo sul dorso d'un bufalo d'acqua.

Pian piano si profilò l'immagine della sua vecchia nonna: era un'immagine di felicità, quando si voltava verso di lui col suo ampio sorriso mentre arava i campi durante un'annata buona. Per quanto vecchia, lavorava senza sosta sempre che ci fosse abbastanza acqua per far crescere il riso. "O signori, abbiate compassione di Kum e della nonna. Siate misericordiosi," Dan alzò la voce. Il sole accecante continuava a picchiare su di lui, eppure continuava a pregare.

"Oh signori, abbiate pietà della nonna e di tutti i vecchi. La nonna non mangia niente, è vecchia e scarna. I suoi vestiti sono ormai vecchi e laceri. Abbiate pietà dei vecchi perché non possono andare in cerca dei tuberi o del taro, o inseguire le cavallette e catturare le lucertole per mangiarle." La sua resistenza era quella di un bambino. La curiosità lo spinse ad aprire gli occhi per vedere l' effetto del suo rito.

Ma con suo grande sgomento il cielo continuava ad essere senza nuvole, né si era alzata la brezza ad annunciare l'avvicinarsi della pioggia. Profondamente deluso, il ragazzo tirò un sospiro e si mosse. Forse la sua sofferenza era stata vista come il gioco di un bambino, una presa in giro del rito solenne e sacro riservato ai monaci e ai vecchi. "Miei signori, " Dan fece un altro tentativo, ma non trovò altre parole. Il caldo disidratante del sole era grande. Tremò al pensiero che sarebbe stato di conseguenza punito dagli spiriti a causa della sua azione bizzarra. Sembrava esserci così tanto cinismo nella vita, nella sofferenza universale, nella pena, nella primitiva amarezza e nella futilità di tutte le cose. Ora era la sua propria serietà ad impaurirlo cosicché rabbrividì.

Ma, a questo punto, non c'era niente altra via d'uscita se non dimostrare l'autenticità del proprio sacrificio ai Signori. Doveva offrire ai Signori il suo proprio sangue. Il coltello, preso fra gli attrezzi del padre, luccicò nel sole di mezzogiorno. Solo allora si convinse che non avrebbe fallito, perché il sacrificio sarebbe stato così immenso che gli spiriti avrebbero avuto pietà di lui e avrebbero prodotto la pioggia.

Ma la lama tagliente aprì, sul suo polso, una ferita più profonda di quella voluta. Dan si contorse dal dolore e gettò via il coltello. Il flusso del sangue gli faceva girare la testa, tuttavia alzò la mano ferita verso il sole perché gli spiriti la vedessero, finché cadde. Stando steso con le spalle a terra, provò a gridare aiuto ma non poteva.

La sua gola era secca e ebbe un fremito nel vedere scendere, velocemente, su di lui la notte.

Allora si allungò nel vano sforzo di ascoltare un qualche rumore di tuono che significasse pioggia.